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La leggendaria vicenda tramandataci da Tiberio Quirino nella sua "Corografia degli Irpini" vuole San Potito, anticamente identificato come "Radicozzo", villaggio distrutto dal cartaginese Annibale nel III sec. A.C. I radicozzesi avrebbero cambiato il proprio nome e quello dell'abitato in "San Potito", per onorare la memoria del giovane martire Potito, di passaggio per Radicozzo e diretto ad Avellino per evangelizzare. Passando dalla leggenda alla storia, troviamo che nel 1231 Radicozzo compare come "Casale in pertinenza della Candida e delle Serre". Di Radicozzo si parla ancora nel 1532 come di un abitato di quasi 200 persone, che salgono a 35o nel 1648. Con la peste del 1656, il casale è raso al suolo ed in seguito all'epidemia è molto probabile che i pochi superstiti si rifugiarono nel vicino abitato di San Potito. Di questo altro piccolo insediamento umano si ha notizia sia nel 1227 che nel 1326, anch'esso denominato come Casale. Dal 1340 San Potito è incluso nella Baronia della Tetra di Candida. Nel 1670 il Casale di San Potito fu venduto al Marchese di Villanova, Carlo Calà, che ne fece una "Terra", fino alla sua totale autonomia nel 1860.

Notizie più certe e complete si hanno a partire dal XIX sec. quando, a partire dalla fine dell'800, il paese conta 1281 abitanti, una felice attività commerciale con i paesi vicini, un buon numero di famiglie siporili (Amatucci, Natellis, Cindola, Tecce, Mauriello), attività artigianali di vario genere. La sua economia, tuttavia, gravita intorno alla famiglia dei Baroni Amatucci, grandi proprietari terrieri che, attraverso rapporti di produzione con i contadini locali, gestiscono una intensa attività mercantile dei prodotti della terra. Altrettanto rilevante è stata la lavorazione del rame e del ferro battuto che avvéniva negli opifici della contrada "Ramiera", lungo il torrente Salzola. Tale attività risaliva alla fine del XVIII sec. ed ha una successiva espansione durante il Regno Borbonico, quando, ad opera dell'imprenditore Nicola Salvi, si costruisce uno dei più importanti opifici meridionali per la lavorazione di quei metalli. Tutte questa attività subiscono una battuta di arresto nel corso della prima metà del '900, quando la guerra e l'emigrazione impoveriscono il tessuto sociale e produttivo locale. Rimangono di quella fiorente stagione economica e sociale, le testimonianze architettoniche e monumentali che oggi si offrono come una preziosa a risorsa per ripensare allo sviluppo del paese.